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L’eredità

Non è la trsmissione che traghetta verso il TG1 nè la segreta speranza di coloro che hanno uno zio in America; è piuttosto un mantra politico da cui prende il via ogni nuovo Governo nella democratica successione dei partiti.

Che la situazione economica non sia delle migliori è dominio comune, come pure sono evidenti le difficoltà a gestire dinamiche finanziarie articolate su livelli internazionali, ma imputare sempre e comunque ai predesessori il cattivo stato delle finanze “ereditato” suona come un mettere le mani avanti, una discolpa preventiva a fronte di un contesto dato come compromesso a priori per colpe altrui dietro le quale è facile celare la presunta innocenza dei successori. Ma un Governo non è un infortunio, un evento imprevedibile cui soggiacere, bensì la conquista parlamentare di una maggioranza al servizio della Nazione che più che rimproverare chi ha rimesso il mandato dovrebbe impegnarsi nel reperire soluzioni a questi sfuggite o travisate, essere cioè capaee di rispondere efficacemente ai bisogni della cittadinanza e non dar solo voce ai politici di turno in usurate variazioni sul tema.

L’arrembante anglicismo ci rende orfani delle etimologie della lingua madre ed i nostri rappresentanti, pur a digiuno di inglese, scivolano voluttuosamente nell’oblio della radice del termine “Ministro”, cioè servitore, avvezzi piuttosto alla cromia blu delle auto a disposizione, al saluto militare (ma non è dovuto ai soli superiori – art. 27 DPR 545/1986 –  e quindi al solo Presidente della Repubblica quale comandante delle Forze Armate?), consci che più di così non gli si può chiedere, tanto grave è la situazione ereditata, e pertanto è ora che tutti si assumano le loro responsabilità.

Iperbole

Oggi non piove più, cadono bombe d’acqua, alcune vie del centro non sono più transennate ma la città è blindata, un evento critico non preoccupa ma lascia con il fiato sospeso. A fronte di una realtà che si ritiene, a torto, nuda nella sua a volte tragica semplicità, ci si sente in dovere di amplificare l’emozione come se ad orecchi troppo avvezzi allo sciamare disordinato di notizie necessitasse una cassa di risonanza lessicale. Questa ricercata lacerazione emotiva va a sminuire la capacità di riflessione finendo per sovvertire il rapporto tra soggetto e predicato; la strada diviene assassina, la notte maledetta, oscurando colpevolmente le responsabilità individuali in ossequio a scenici orpelli linguistici. Si arriva finanche a collassare il significato di un termine defraudandolo di sostanza se orfano di una ridondante cornice, così che si legge che “è severamente vietato … “; ma perchè, se è solo vietato allora lo posso fare?

L’immagine forzatamente caricata di pathos profonde sconcertanti lemmi nascondendo sotto fregi barocchi il concreto significato degli eventi che per essere raccolto necessita di compulsiva attenzione, giornalisticamente svenduta per labili spigolature di audience.

Tutta colpa della burocrazia

Quando qualcosa non funziona, o funziona male, più che la soluzione siamo soliti cercare la motivazione, o meglio la giustificazione, che ci assolva dalla inerte acquiescenza al fatto o omissione occorsi.

Se il passato ci ha regalato le streghe quale origine fondante di mali allora inspiegabili e pervasivi, la scienza moderna ha aggiornato l’imputazione ravvisando nell’indefinito profilo della burocrazia la causa di un effetto domino la cui ultima tessera si abbatte con violenza sul cittadino.

Come tutti i veleni anche quello che trasuda dalla burocrazia ha il suo antidoto che consiste nella semplice domanda: cos’è?

Si potrà rispondere che nell’ottocento la burocrazia incarnava la struttura amministrativa su cui si fondavano gli imperi napoleonico ed asburgico, ma la contemporaneità repubblicana non pare averne ereditato la natura.

Oggi la vita è disciplinata da una serie di regole che a volte vengono defraudate del loro scopo civico per tracimare in farraginoso strumento per  altre regole che a loro volta ne generano di ulteriori. Capita così che interrogandosi sul corretto da farsi si cada nella spirale del decreto legge x convertito con legge y modificata dall’art. z comma k lettera 1 quale dichiarato parzialmente inconstituzionale nell’alinea f con pronuncia h su ricorso del Tribunale m che ha impugnato la sentenza di primo grado q; verrebbe simpaticamente da aggiungere scala 2 interno 3 citofonare Wanda.

Ci avvicianiamo però alla soluzione. Non posso dirvi cosa sia la burocrazia ma sono certo che un burocrate è chi applica la normativa vigente. Potreste a ragione ribattere che costui è troppo rigido e dovrebbedeclinare la legge in armonia con un non meglio definito buon senso. Peccato che giuridicamente questa lodevole manifestazione d’animo non sia profilata, prima perchè esiste un potere giudiziario ostile a tale interpretazione, poi, e a maggior ragione, perché l’applicazione personalizzata della norma può agevolmente trasmutare in reato.

Diamo quindi la parola all’imputato, al burocrate, per sentire cosa possa addurre a sua difesa.

“Ma che colpa ne ho se il Parlamento promulga pervicacemente una contraddittoria superfetazione di norme redatte in un lessico contorto e a loro volta replicate con discrezionali varianti attraverso una gerarchia normativa che arriva fino al regolamento di condominio?”

Sentenza, “L’imputato è condannato ad essere pubblicamente additato come burocrate non avendo la Corte riconosciuto il suo infondato e riprovevole tentativo di traslare sui Giudici medesimi il comportamento colposo a fondamento del reato. La Corte si ritira quindi in Parlamento per approvare una norma che regoli la regolare applicazione delle norme”

 

La plastica non ha le gambe …

… a differenza degli uomini che gli arti li possiedono.

Fiumi, laghi, fossi e mari invasi dalla plastica, accusata di una colpa quasi lombrosiana, imputata di un crimine originata da una sua supposta natura, una sorta di migrazione propria che, complice la gravità o le correnti, la induce a pervadere l’ambiente circostante per propria predisposizione.

Lottare in questi termini contro la dispersione della plastica sposta il problema dal soggetto al complemento, come dire che un omicidio è imputabile all’arma piuttosto che all’uso che se ne fa.

Abolire la plastica nell’utilizzo quotidiano è un risultato apprezzabile ma questo potrebbe mascherare la radice del problema, il comportamento evasivo, superficiale, scellerato, chiamatelo come meglio credete, con cui l’uomo si pone nei confronti dell’ambiente.

L’etimologia del termine inquinare rimanda a scenari maleodoranti distonici al senso di civiltà,appartenenza sociale ed educazione. Combattere il degrado ambientale sottraendo alle persone i potenziali strumenti atti a provocarlo è un lodevole gesto ma se non si interviene sul piano civico, educativo, il problema rischia di traslare verso analoghe forme di aggressione all’ambiente.

La gestione del rifiuto deve partire dal presupposto che quanto possediamo ci appartiene non per il solo tempo del suo utilizzo ma che in questo si imprime una traccia della nostra presenza entro la società che reclama di essere metabolizzata attraverso percorsi a ciò deputati e non dispersa in improvvido abbandono che ne farà un fantasma destinato prima o poi a tornare per tormentarci.

Tagliamo le tasse

Prospettare il taglio delle tasse è stato l’usurato cavallo di battaglia dei rappresentanti di Governo, o aspiranti tali, che hanno calcato in successione l’emiciclo costituzionale.

Delle tasse si è fatta parodia – come non ricordare il film del 1971 di Franchi e Ingrassia “Scusi lei paga le tasse?” – , didattica civilistica – “pagare le tasse è un dovere” – o valutazioni autolesionistiche con valenza estetica – “Pagare vle tasse è una cosa bellissima” (Tommaso Padoa Schioppa 2007).

Non si ha invece sentore di un quesito dettato dal mero buon senso che ricalca un pensiero quotidiano appartenente a ciascuno di noi; pago per ottenere cosa? E’ questa la domanda che ci poniamo inconsapevolmente o ragionando quando ci troviamo a dover intaccare le nostre più o meno pingui finanze a corresponsione di un qualsiasi bisogno.

E non si dica che il rapporto qualità prezzo appartiene alla esclusiva logica di mercato esulando dalla finanza tributaria; che cosa è infatti lo Stato se non un mercato sociale? Mi privo di parte della mia rendita perchè mi si garantiscano servizi efficienti, trasporti agevoli, assitenza adeguata, scolarità avanzata, sicurezza personale e collettiva, sostegno comune. Se il prodotto che acquisto soddisfa le mie aspettative l’esborso troverà la palliativa motivazione mentre l’eventuale recriminazione decadrà nel riprovevole vizio di avidità.

Diverso ragionamento impone l’insensata dispersione di risorse collettive fagocitate da incompetenza, corruzione o interesse privato. Il denaro perde il suo significato di scambio e deriva a erogazione illiberale a fondo perduto o, peggio, illecito altrui arricchimento personale.

Lotta all’evasione quindi, con tutti i mezzi e risorse, inclusa la fantasia creativa che ha fatto prospettare all’attuale esecutivo la creazione di una lotteria degli scontrini, ludico sistema premiante fondato sulla emissione di fatture o ricevute fiscali. Non posso dire se questa iniziativa mutuata dal gioco d’azzardo avrà o meno successo, ma lo Stato non era impegnato a combattere la ludopatia?

Facciamo pulizia

Le ragazze che ho conosciuto mi hanno tutte regalato un block notes perché vi riportassi ciò che, a loro dire, riuscivo ad estrapolare da una quotidianità apparentemente anonima in cui abitudine, o indifferenza che poi è lo stesso, sedano e sedimentano emozioni e ragione.

Il taccuino non l’ho usato, vuoi perchè caro  ricordo vuoi per la mia grafia indecente che a volte cela a me stesso il contenuto malamente vergato, ma il continuo succedersi di eventi paradossali è uno stimolo troppo forte che mi spinge a scriverne non per convincere o giudicare ma solo per riflettere, da solo o insieme a chi mi si avvicinerà nella lettura, su alcune notizie, frasi o comportamenti su cui il nostro sguardo rarefatto dalla consuetudine tende a scivolare senza percepirne,o almeno domandarsi, il perché o quali scenari si possano generare.

La carta stampata è in crisi e sopravvive solo grazie alle sovvenzioni statali, in compenso la televisione e altri strumenti mediatici hanno buona salute e sarà a questi media, in cui giornalisti professionisti non mancano di esibire un italiano dalla sintassi a dir poco sfumata, che attingerò all’occasione, che certo non mancherà.

Partiamo da un fatto di cronaca recente. Un immigrato non cerca elemosina o assitenzialismo, anzi con volontà di rendersi utile e raggranellare dignitosamente qualche euro, essendogli precluso l’esercizio della sua professione di saldatore, cerca di integrarsi pulendo le strade di Mestre in cambio di qualche offerta; risultato, una salata multa da parte della municipale.

Tutto si è risolto per il meglio, ma non è dello specifico evento che voglio parlare, quanto piuttosto soffermarmi sull’aggettivo con cui Monday e tanti altri come lui vengono rivestiti: migrante.

Non so dire se l’Italia sia razzista ma la netta distinzione tra bianco e nero, buono e cattivo, europeo ed extracomunitario, cittadino e migrante segna una linea di demarcazione che si è radicata nel pensiero comune e, sulle prime, non ammette distinguo.

Sebbene il termine migrante abbia una definizione univoca, altrimenti i vocabolari cosa ci starebbero a fare, quanti accomunati  da questo termine hanno storie ed aspettative diverse.

Chi fugge dalla guerra, leggasi Siria, o dalla carestia, Sudan, ed arriva da clandestino sul continente europeo non è equiparabile a chi percorre la medesima rotta salpando da un paese democratico, Tunisia, alla sola ricerca di un futuro migliore, aspirazione legittima ma da perseguire con mezzi e metodi legali.

Il generico termine migrante accomuna chi fugge dalla fame e lo scafista che si arricchisce con questa nuova tratta, il pusher che spaccia e chi per un salario infame si spezza la schiena curvo sui pomodori, chi ti si rivolge in italiano fluente e chi dopo anni ancora non ne sa una parola, chi ha un lavoro autonomo o dipendente e chi vive sempre di sussidi, chi ha una famiglia integrata e chi infierisce sulla propria in nome della tradizione. Per farci largo in uno scenario così disparato dobbiamo abbandonare la diatriba tra accoglienza e porti chiusi ed iniziare a parlare di persone, recuperare una ineludibile unicità soffocata da semplicistiche categorizzazioni. Sia pur fuori da ogni valenza religiosa, quando l’altro diviene il prossimo, l’individuo e non più l’insieme, ecco che il giudizio muta in relazione.